mercoledì 14 dicembre 2016

Chi ama non si annoia*

Si avvicinano le feste di Natale e, con loro, un appuntamento per molti immancabile: la Messa di mezzanotte del 24 dicembre.
Per molti, possiamo dirlo tranquillamente, è l’unico giorno dell’anno in cui viene varcata la soglia della propria Parrocchia… E’ una tradizione a cui tanti non possono mancare. La chiesa illuminata, tutti gli amici del quartiere, si vince la pigrizia e ci si veste bene per l’occasione, per uscire dopo la cena consumata in famiglia e per fare gli auguri a tante persone contemporaneamente. La Messa diventa così un evento sociale, una continuazione della festa.

Ma quanti di noi considerano anche quell’unico appuntamento annuale “noioso” e non si sognano neppure di prendere l’abitudine di andare a Messa OGNI domenica?
Quante volte voi genitori che “santificate le feste” quando invitate i vostri figli a seguirvi vi sentite rispondere “mi annoio, non ho voglia di venire a Messa”?

Possiamo ammettere tranquillamente che tale pensiero ha attraversato molte volte la nostra mente. In chiesa, a Messa ci si annoia, lo abbiamo pensato tutti almeno una volta nella vita. Le letture, l’omelia… sono una noia, punto e basta. E’ un pensiero “sacrilego”, ma è purtroppo molto diffuso.
Quanti compiti quotidiani sono considerati insopportabili e noiosi! Fare la spesa, le pulizie di casa, votare, sottoporsi alle visite mediche… sono attività di cui faremmo spesso a meno, ma sono indispensabili per noi e per il mondo che ci circonda. Sono “doveri” (ma anche gesti di cura) verso noi stessi o verso chi ci circonda che hanno comunque un valore e una importanza, non per il piacere che ne traiamo (che spesso è davvero minimo) ma per il “benessere” che ne scaturisce.
Nessuno, è vero, ci costringe ad andare a Messa. Non siamo costretti a credere, questo no. Ma se crediamo in Dio sappiamo anche che la Messa è un momento importante per la nostra salute spirituale. L’anima, esattamente come il corpo (anzi, direi anche molto di più) necessita di nutrimento.
Ma parliamo un po’ della noia. La noia è un “male” dei nostri tempi, un privilegio che l’uomo di oggi si concede sempre più spesso. La noia è un male che deriva dal benessere e dal vuoto che spesso esso genera.
Non si annoia infatti chi ha fame o sete, non si annoia chi ha bisogno. Non si annoia chi è curioso, non si annoia chi cerca, soprattutto chi cerca Dio. Non si annoia chi ama.
Nei nostri giorni l’uomo pensa a riempire la propria esistenza di emozioni, di esperienze, cerca continuamente nuovi stimoli, nuovi eroi a cui ispirarsi. L’uomo moderno è convinto che le proprie emozioni scaturiscano da ciò che lo circonda, non si ferma a pensare, a coltivare il proprio dialogo interiore perché non ha tempo, nutre poco la propria anima e non medita. L’uomo moderno ascolta poco e non si ferma mai. Se si ferma ha paura, perché quando ci si ferma si rischia di ASCOLTARSI.
Andare a Messa significa cercare Dio, fermarsi ed ascoltarlo. Se l’atto di fede è un atto di volontà, andare a Messa è un atto d’amore. Nel celebrare l’Eucarestia il credente è abbracciato da una comunità che lo accoglie, da un Dio che lo accoglie che non è affatto noioso. Ciò che Dio ha da dirci non è mai noioso, siamo noi che facciamo fatica ad ascoltarlo, forse, perché lo amiamo troppo poco e gli diamo poco spazio nella nostra vita.
Nei prossimi giorni ognuno di noi avrà un po’ più di tempo per fermarsi. Varcheremo la soglia della casa dei nostri genitori, dei nostri familiari, dei nostri cari. Parleremo con loro, li ascolteremo. Con la stessa gioia, con lo stesso amore, varchiamo la soglia della nostra chiesa di quartiere, compiamo un gesto d’amore verso Dio… e verso noi stessi.
Chi ama non si annoia. Parola di Cla*

lunedì 5 settembre 2016

Sei nel mio dolore, Signore*

Ciao Dio. Ti scrivo per dirti che il mio paese non esiste più. Il terremoto ha cancellato le strade, le case, le piazze, i balconi fioriti. La salita che percorrevo in bicicletta da bambina, il negozio in cui mia madre mi comprava la merenda, il sorriso del macellaio e il profumo buono dei salumi, l’aria romantica di Maria, la figlia del vicino, il sapore di quella pasta che ci preparava Gianni nel suo ristorante, Ti ricordi quanto mi piaceva?
Tutto spazzato via.
Anche la mia casa non c’è più e con lei tutte le cose amate messe da parte con cura, anno dopo anno, le foto di famiglia, la tovaglia all’uncinetto di nonna, le mie bambole e i miei libri. In pochi attimi mi è stato strappato via tutto, tutto si è ridotto in polvere.
 “Ricorda che sei polvere e alla polvere tornerai”, recita la Genesi…. ma c’è un Salmo, lo ricordo bene, che dice: “..eppure l’hai fatto (l’uomo, ndr) poco meno degli angeli… “
Ecco, oggi ho visto tanti angeli tornare alla polvere, caro Dio. Ho visto i corpi di mia sorella e di mio cognato abbracciati, stretti forse per darsi conforto, in un ultimo gesto di protezione e tenerezza. Si amavano tanto, da 25 anni. Sono volati via insieme, troppo presto, troppo presto.
Li abbiamo cercati a lungo, sai Signore. E certo che lo sai. Per due giorni interi li abbiamo cercati ed abbiamo sperato pregando di giorno e di notte di estrarli vivi dalle macerie. E mentre li cercavamo la lista di angeli ridotti in cenere si allungava mentre in noi crescevano il dolore e la costernazione. Abbiamo cercato, in tutti i volti devastati da questa tragedia, un briciolo di speranza. Ma anche quella, forse, era ridotta in polvere. Ho visto scorrere una lista infinita di nomi e di foto in cui avrei dovuto riconoscere i miei cari. E nella ricerca senza esito quanto strazio, quante lacrime, quanta disperazione ho visto e provato.
In quel calvario ho pregato, Ti ho cercato.
Ma dove sei? — Ti ho chiesto. Non ho ricevuto risposta.
“Il silenzio di Dio” lo hanno chiamato.
Si sprofonda nel buio più cupo, nessuna cosa è al suo posto, non c’è più niente, neanche la speranza ti resta per attaccarti forte alla vita. Come una coperta di cui hai un disperato bisogno per scaldarti nel buio della notte che ti viene strappata improvvisamente e scivolando via dal tuo cuore e lo lascia nudo, scalzo, gelato.
Mi hanno insegnato che quella specie di angelo che siamo non può sopravvivere senza speranza. Ed io, forse, Signore, in quel momento ero morta.
Eppure Ti ho cercato. Nelle strade piene di polvere e di morte, Ti ho cercato. Pioveva cenere dal cielo ed io Ti cercavo. Ho vagato con fatica nella “zona rossa” guidata da un poliziotto, ero accecata dalle lacrime ma Ti cercavo.
Camminando tra le macerie ho visto ciò che rimane della chiesa del paese. L’altare in frantumi, il campanile ormai muto, orfano del suono di quella campana che tante volte ho sentito cantare gioiosa. Ho alzato gli occhi e Ti ho visto. Un braccio spezzato, Tu come me, nel dolore, aggrappato alla croce come il mio cuore alla speranza. Eri lì, ho capito, c’eri sempre stato.
“Ti ho trovato”, ha detto il mio cuore prima ancora delle labbra, “sei sempre stato accanto a me”. Anche Tu straziato, devastato, ma accanto. Davanti a quella croce a brandelli mi sono inginocchiata e ho pianto. Tu eri anche lì, nel mio dolore, Signore.
Non so se potrò mai dimenticare questo orrore. Non so come si possa trovare la forza in una simile desolazione, come si faccia a camminare a respirare, se non ci sei Tu, se non troviamo Te in questo dolore, Signore.
In quelle lacrime di sangue, in quel cielo da cui da giorni piove cenere, con il cuore spezzato dalla tragedia, io so che Tu ci sei.
Sei nella mano che ha stretto la mia per tutto il tempo, mentre camminavo su ciò che rimane della mia casa e del mio piccolo mondo. Sei nelle lacrime di gioia (sì, proprio così) del pompiere che ha salvato una bambina rimasta per ore sepolta dalle macerie, sei nel cuore di tutti quelli che hanno pregato per me, sperato con me. Sei nell’abbraccio in cui si sono stretti mia sorella e il suo amore prima di morire, perché Tu eri, sei e sarai ancora nel loro amore, Signore, di certo.
Sei nella volontà di ricostruire, Signore, sempre, sempre, sempre.
Sei nelle mie parole di oggi, anche se strazianti, disperate, addolorate.
Queste parole che Ti scrivo Signore sono le nostre mani, i nostri piedi: sono feriti, sporchi di sangue e di polvere, ma vogliono ancora toccare e camminare.
Fa che camminino nel mondo per dare conforto a chi è straziato, speranza a chi l’ha persa, luce a chi muore dentro perché non Ti trova più.
(Dedicato a Simona, ad Antonio, a tutte le vittime del terremoto, defunti e superstiti).

martedì 2 agosto 2016

Bucare il foglio (La bambina al contrario)*

“Non significa niente. Un buco è un buco. Non ha senso.” disse la maestra.
E’ il vuoto, il nulla, non ha senso né peso, registrò la mia mente di bambina. Avevo rovinato il compito, il foglio, il mio tema, il mio disegno. Lo sguardo della maestra era carico di rimprovero e diceva chiaramente: “è da buttar via, non vale niente”.
Dentro di me una vocina impertinente diceva che quel buco nella carta aveva un senso eccome.
E certo che ce l’aveva.
Quante volte davanti a un buco nel foglio mi ero persa.
Quel buco all’improvviso si era riempito delle lacrime di una bambina di sei anni che spingendo avanti la mano sinistra sul quaderno lo stropicciava, lo macchiava d’inchiostro: quel forellino scuro era diventato un pozzo nero di emozioni, poi di parole che non avevo avuto il coraggio di scrivere.
Eppure le sentivo, bruciavano gli occhi come il fuoco quelle parole: si erano dissolte nell’aria come anelli di fumo per colare, infine, come acqua fresca sulle guance. Avevo bevuto quelle parole salate, dalle labbra mi erano rientrate in corpo e sapevo che prima o poi avrei dovuto scriverle da qualche parte. Mia sorella, ignara di quel ciclo vitale che stavo vivendo, ma come sempre accanto a me quando facevo i compiti, era intervenuta con dolcezza, pronta a insegnarmi come si tiene la penna in mano, senza mai forzarmi a cambiarla con la destra.
Respirai profondamente, mi feci coraggio e continuai.
Mio padre così mi aveva insegnato. "Non ha importanza quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi." Ed io mi rialzai e ripresi a scrivere, davanti allo sguardo vigile della maestra, anche se quella manina sinistra non le andava giù.
“Perché non scrivi con la manina bella?”, mi chiedeva. Ed io continuavo a non capire, perché trovavo comunque bello quel piccolo sforzo, quella piccola conquista che era imparare a scrivere su un foglio che a volte mi sembrava volasse, portandomi via con sé, facendomi dimenticare nel volo tutta la fatica e l’impegno che ci mettevo per non sporcare la pagina.
Quella che la maestra chiamava “la manina bella” a me sembrava fosse goffa e lenta nell’incedere.
Tutto il contrario, sempre. Sono una bambina al contrario, pensai. Ciò che piace a lei non piace a me. Tutti usano la destra per scrivere, io la sinistra.
Cambiai maestra, finalmente. Imparai a scrivere senza sporcare il foglio e le dita. Imparai anche a scrivere con la destra. La nuova insegnante era una donna minuta e silenziosa, nulla a che vedere con il piglio autoritario e poco femminile dell’altra. Quando si sedeva accanto a me guardava con curiosità e simpatia quella manina sinistra impegnata nella scrittura e mi diceva: “non so proprio come fai a scrivere così bene, io con quella mano non so fare nulla.”
Attinsi la forza grazie a chi mi seppe accogliere nel mio essere “al contrario”.
Quella forza mi aiuta ancora oggi a rispettare chi non è come me.
Con gli anni poi mi sono resa conto che siamo tutti un po’ fatti al contrario.
Siamo tutti speciali: di tutti i colori, meravigliosi, diversi. Siamo tutti da capire e da amare, per quello che siamo, con i nostri buchi d’inchiostro, le nostre emozioni, la nostra fatica per non inciampare nel foglio della vita.
La bambina al contrario è felice di essere circondata da un mondo fatto al contrario. Grazie a quello è cresciuta, si è nutrita, è cambiata. Ora se buca il foglio sa perdersi… a volte ci riesce senza piangere.
Come allora respira profondamente, si fa coraggio, si rialza. E scrive.

lunedì 1 agosto 2016

Dio ha bisogno delle nostre mani*

Quando la sera del 5 maggio scorso sono scivolata da un marciapiedi procurandomi un bel po' di danni alla caviglia stavo uscendo da una veglia di preghiera il cui messaggio principale era "Dio ti vuole in piedi". 
Ieri, dopo aver letto il messaggio ai giovani a Cracovia di Papa Francesco ho trattenuto nella memoria una frase in particolare: 
"Gesù ha bisogno delle nostre mani". 
E in effetti... se guardate la foto... credo ne abbia bisogno! 
Scherzi a parte: viviamo un momento delicato e difficile, quella di ieri poi è stata una domenica speciale in cui i fratelli cristiani e musulmani si sono uniti nella preghiera. 
Fermiamoci due minuti per recitare un Padre nostro e 
per dare una mano a Gesù!!!

mercoledì 25 novembre 2015

Il tuo cuore lo porto con me, lo porto nel mio*

"Il tuo cuore lo porto con me.
Lo porto nel mio
Non me ne divido mai.
Dove vado io, vieni anche tu, mia amata;
qualsiasi cosa sia fatta da me,
la fai anche tu, mia cara.
Non temo il fato
perché il mio fato sei tu, mia dolce.
Non voglio il mondo, perché il mio,
il più bello, il più vero sei tu.
tu sei quel che luna sempre fu
e quel che un sole sempre canterà sei tu
Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto
di quanto l'anima spera,
e la mente nasconde.,
Questa è la meraviglia che le stelle separa.
Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio."


Edward Estlin (E. E.) Cummings

venerdì 29 maggio 2015

Dio sia lodato, son viva*

Dedicata a chi non è mai stato e mai sarà lontano, a chi ha vegliato chi ama, a chi si è svegliato e si prepara un caffè, a chi è in trasferta di lavoro e chiama ogni minuto l'amato, a chi ha dormito troppo poco, a chi aspetta una risposta importante ed aspetta amando e sperando, a chi si lecca le ferite, a chi impasta il pane quotidiano con l'amore, a chi dorme poco ma sogna molto, a chi ama il poeta Nazim Hykmet quanto me. Leggetela, ci siete tutti voi dentro.


«Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi,
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato
Son vivo.»
Dio sia lodato, son viva Emoticon heart

venerdì 6 febbraio 2015

Per 100 giorni... ogni giorno... :-)

" Dammi un piccolo verso al giorno, mio Dio, 
e se non potrò sempre scriverlo 
perché non ci sarà più carta 
e perché mancherà la luce, 
allora lo dirò piano, 
alla sera 
al tuo gran cielo…"

mercoledì 10 settembre 2014

giovedì 5 giugno 2014

Quando sarò vecchia (se mai lo sarò)*

Quando sarò vecchia
- se mai lo sarò -
e mi guarderò allo specchio
e mi conterò le rughe
come delicata orografia
di pelle distesa.
Quando potrò contare i segni
lasciati dalle lacrime
e dalle preoccupazioni
e il mio corpo risponderà lentamente
ai desideri,
quando vedrò la mia vita avvolta
in vene azzurre
in occhiaie profonde
e scioglierò i miei capelli bianchi
per andare a dormire presto
- come si deve -
quando verranno i nipotini
a sedersi sulle mie ginocchia
fiaccate dal passare di molti inverni,
so che il mio cuore – ribelle -
starà ancora ticchettando
e i dubbi e i vasti orizzonti
saluteranno ancora
i miei mattini.
- Gioconda Belli

domenica 27 aprile 2014

Polonia Semper Fidelis....

L’amore tutto mi ha chiarito,
l’amore tutto mi ha risolto –
per questo venero l’Amore,
ovunque esso dimori.
 

sabato 1 marzo 2014

Dialogues avec l'ange*

"Ton travail passé ne se perd pas: il va fleurir.
La racine est bonne, car son nom est AIDE.
Tout le reste n'a pas d'importance.
Tu aideras: c'est ta raison d'être."
 

venerdì 31 gennaio 2014

Considérations inactuelles.

"Que tu sois riche ou pauvre, glorieux ou anonyme, 
sors ton ego de sa gangue de suffisance pour qu'il accède à la dignité minimum d'un moi sobre et épanoui. Lequel moi doit s'effacer pour qu'advienne une personne: 
toi, enfin maître de soi. 
L'ego est un cachot où l'on se cogne contre les murs; 
le moi une citadelle où l'on tourne en rond sur les remparts; 
la personne un oiseau libre de s'envoler, de se poser, de gazouiller, de se cacher" 
(Denis Tillinac)

domenica 5 gennaio 2014

Dio intimo*

"Mi hai resa così ricca, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera. Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita. Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro con te, mio Dio". 
Etty Hillesum 

venerdì 20 dicembre 2013

Il parto di Maria.

"Ce la farò, qui starò benissimo. Hai trovato un posto adatto, caldo e tranquillo. Ce la farò Iosef, sono donna per questo. All'alba ti metterò sulle ginocchia Ieshu." I dolori erano cominciati. Iosef sistemò della paglia sulle pietre asciutte, ci stese sopra una coperta e le pelli. Gli chiesi il coltello e un bacile d'acqua. Mi sdraiai. Batteva più violento il cuore, i colpi bussavano alle tempie, da chiudere gli occhi. Nessuno intonro, la piccola stalla era fuori nei campi. Una luce calava da un'apertura del tetto di canne e di rami. Era lei, la cometa, appesa in cielo come una lanterna. Prima di separarci gli ho messo in ordine i capelli, ci siamo sorrisi. "Così mi piaci", gli ho detto, soddisfatta di com'erano sistemati.


Iosef era uscito lasciando il coltello e il bacile. Ora toccava a me, ora dovevo fare, partorire è fare con il corpo. Mia madre mi aveva spiegato che stare distesa un po' in discesa, aiutava, Macché, mi alzai in piedi e mi appoggiai di schiena alla mangiatoia. Dietro di me i musi dell'asina e del bue, uno di loro mi allungò una leccata sulla nuca. Avevo nelle orecchie i loro fiati. Messi insieme avevano un ritmo svelto da andatura spedita. Regolai il mio respiro sul loro.

Sudavo. Appoggiata di schiena mi tenevo il pancione con due mani per aiutare le mosse del bambino. L'incoraggiavo a bassa voce, col respiro corto. Lo chiamavo. Le bestie alle spalle mi davano forza. Le gambe mi facevano male per la posizione. Mi inginocchiai per farle riposare. "Affacciati bimbo mio, vienimi incontro, mamma tua è pronta a prenderti al volo appena spunta la tua testolina.". I muscoli del ventre andavano dietro al respiro, una contrazione e un rilassamento, spinta, rincorsa, spinta. Queando lo strappo era più forte mi mordevo il labbro per non far scappare il grido. Iosef era di sicuro davanti alla porta, di guardia.

Lontano i pastori chiamavano qualche pecora persa. "E' una bella notte per venire fuori, agnellino mio, notte limpida in alto e asciutta in terra. Il viaggio è finito e tu hai aspettato questo arrivo per nascere. Sei un bravo bambino, sai aspettare. Ora nasci, che tuo padre ti aspetta. Si chiama Iosef, quando entra gli diciamo: caro Iosef io sono Ieshu tuo figlio. Vedrai che sorpresa, che faccia farà."

Parlavo e soffiavo, a un colpo più forte, una spallata di Ieshu, mi alzai di nuovo in piedi appoggiandomi alla mangiatoia. Le bestie ruminavano tranquille, c'era pace. Iosef aveva scelto un buon posto per noi. "Bel colpo Ieshu, un altro così e sei fuori, ecco ti aiuto, spingiamo insieme, le mani sono pronte a raccoglierti, via?" Via, è uscita la spalla, l'ho toccata, poi è rientrata, ma subito dopo di slancio Ieshu ha messo fuori la testa, l'ho avuta tra le mani, mi sono commossa, mi è scappato un singhiozzo e sul singhiozzo è venuto fuori tutto e l'ho afferrato al volo. L'ho alzato per i piedi per liberare i polmoni e fare spazio al primo vento che forza l'ingresso chiuso del respiro. Ieshu ha inghiottito aria senza piangere.

Faccio mosse esperte senza conoscerle. Il mio corpo fa da solo, esegue. Non l'ho istruito io. Odoro la creatura perfetta che mi è nata, posso allentare il nervo attorcigliato del sospetto: è maschio, è la certezza, non più una profezia. E' maschio, primogenito in terra di Iosef e Miriàm, carne da circoncidere, oggi a otto. E' maschio, l'ho fatto io, sgusciato sano in mezzo all'acqua e al sangue, il corpo esulta insieme a quello di ogni donna che mette al mondo l'altro sesso, perché è un regalo a noi.

Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L'ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L'ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. "Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio." Ho messo l'orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l'ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. "Somigli a Iosef." Così ho voluto vederlo. "Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assomiglierai." Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l'ho attaccato al seno.

Il bue ha muggito piano, l'asina ha sbatacchiato forte le orecchie. E' stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Ieshu, figlio mio. Non ho chiamato Iosef. Gli avevo promesso un figlio all'alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Ieshu è solamente mio. (...)

Fuori c'è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome, la circoncisione che ti darà l'appartenenza a un popolo. Fuori c'è odore di vino. Fuori c'è l'accampamento degli uomini. Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all'alba. Poi entreranno e tu non sarai più mio.

(Erri De Luca, In nome della madre, Milano, Feltrinelli, 2006, pp. 63-67).

giovedì 19 dicembre 2013

Insieme* Atto Secondo.


Insieme* Atto Primo.

"Insieme siamo migliori che presi singolarmente: 
siamo più reali. 
Certo non siamo perfetti, 
ma la perfezione, lo sai, 
è sempre a un gradino dalla perfezione 
e la lasciamo agli altri. 
A me piace la sacrosanta 
e intensa imperfezione della vita."

lunedì 11 novembre 2013

L'uomo smuove i cieli se cerca la luce*

È detto nei Libri sacri che l’anima umana ha il potere di smuovere i cieli. Sì, l’anima può smuovere i cieli, ma solo attraverso il suo desiderio di ottenere la luce. Se insiste, esige e supplica, il Signore stesso, che è luce, non può rifiutargliela.
L’anima umana è potente quanto Dio quando auspica la luce. Ma solo la luce, nient’altro. Tutte le altre sue preghiere possono essere più o meno ascoltate, ma se è la luce che egli chiede, sarà esaudita. Quando? Questo dipende dalla potenza del suo desiderio e dal suo accanimento al lavoro.


(Omraam)

giovedì 31 ottobre 2013

Ungaretti*

Migliaia d’uomini prima di me, 
ed anche più di me carichi d’anni, 
Mortalmente ferì 
Il lampo d’una bocca. 

Questo non è motivo
che attenuerà il soffrire.

Ma se mi guardi con pietà,
e mi parli, si diffonde una musica,
dimentico che brucia la ferita.

giovedì 17 ottobre 2013

L'art des petits pas.

Seigneur, apprends-moi l'art des petits pas.

Je ne demande pas de miracles ni de visions,
mais je demande la force pour le quotidien !
Rends-moi attentif et inventif pour saisir
au bon moment les connaissances et expériences
qui me touchent particulièrement.
Affermis mes choix dans la répartition de mon temps.
Donne-moi de sentir ce qui est essentiel
et ce qui est secondaire.
Je demande la force, la maîtrise de soi et la mesure,
que je ne me laisse pas emporter par la vie,
mais que j'organise avec sagesse
le déroulement de la journée.
Aide-moi à faire face aussi bien que possible
à l'immédiat et à reconnaître l'heure présente
comme la plus importante.
Donne-moi de reconnaître avec lucidité
que la vie s'accompagne de difficultés, d'échecs,
qui sont occasions de croître et de mûrir.
Fais de moi un homme capable de rejoindre
ceux qui gisent au fond.
Donne-moi non pas ce que je souhaite,
mais ce dont j'ai besoin.
Apprends-moi l'art des petits pas...

lunedì 14 ottobre 2013

La mia identità*

1 Signore, tu mi scruti e mi conosci,
2 tu sai quando seggo e quando mi alzo.
   Penetri da lontano i miei pensieri,
3 mi scruti quando cammino e quando riposo.
   Ti sono note tutte le mie vie;
4 la mia parola non è ancora sulla lingua
   e tu, Signore, gia la conosci tutta.
5 Alle spalle e di fronte mi circondi
   e poni su di me la tua mano.
6 Stupenda per me la tua saggezza,
   troppo alta, e io non la comprendo.
7 Dove andare lontano dal tuo spirito,
   dove fuggire dalla tua presenza?
8 Se salgo in cielo, là tu sei,
   se scendo negli inferi, eccoti.
9 Se prendo le ali dell’aurora
   per abitare all’estremità del mare,
10 anche là mi guida la tua mano
   e mi afferra la tua destra.
11 Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra
   e intorno a me sia la notte»;
12 nemmeno le tenebre per te sono oscure,
   e la notte è chiara come il giorno;
   per te le tenebre sono come luce.
13 Sei tu che hai creato le mie viscere
   e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
   sono stupende le tue opere,
   tu mi conosci fino in fondo.
15 Non ti erano nascoste le mie ossa
   quando venivo formato nel segreto,
   intessuto nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
   e tutto era scritto nel tuo libro;
   i miei giorni erano fissati,
   quando ancora non ne esisteva uno.
17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
   quanto grande il loro numero, o Dio;
18 se li conto sono più della sabbia,
   se li credo finiti, con te sono ancora.

Ieri sono tornata (dopo un anno di "pausa forzata" dovuta a problemi di salute) a frequentare la Bet Midrash, la scuola di preghiera di Padre Enzo Tacca. Che bello tornare in un luogo dove ho imparato tante cose, dove per quattro anni ho studiato le Sacre Scritture ed ho incontrato un Dio che è RELAZIONE e RIVELAZIONE e da dove spesso sono tornata a casa con le ali ai piedi per le "cose belle" meditate ed ascoltate! L'incontro di ieri si è aperto con il Salmo 138 sopra citato: voglio condividere con voi la bellezza di queste parole che mi hanno toccato il cuore. 
Nei giorni di isolamento e di malattia ho recitato spesso questo Salmo, che conosco quasi a memoria. Dio mi era accanto in quel "silenzio abitato" e si rivelava ogni giorno con la Sua Parola, con la sua presenza più reale del reale. Il cammino è stato lungo, questo anno. Adesso io voglio ricominciare. Ricominciare a frequentare la scuola, come se non avessi imparato nulla, come se fossi nata ieri. Voglio ricominciare. La mia anima ha sete della Parola di Dio e ieri sera era felice. Sa che si sazierà, sa che attingerà alla Sacra Fonte e solo così potrà condividere e diffondere quello che un tempo ho chiamato "Il profumo di Cristo". Sono tornata! (Grazie Signore!)